Cittadinanza e interazioni

Senza categoria

Mia Immagine

Poullette Stefano

La testimonianza di Poullette Stefano di Cittadinanza senza Limiti all’apertura di InterAzioni, la conferenza delle organizzazioni sarde aderenti alla campagna Ero straniero – L’umanità che fa bene che si svolta a Cagliari, Lunedì 26 giugno.

I miei bisnonni erano gitani slovacchi, spagnoli e peruviani. I miei nonni discendenti spagnoli, gitani e peruviani. I miei genitori ed io siamo peruviani. Da questo intreccio culturale il mio nome Angely Poullette Stefano Arnaez nome difficile in Perù, in Italia e all’estero. Io vivo in Sardegna da 20 anni e ho vissuto un periodo della mia vita in Polonia, a Praga e in Cile e chissà il futuro dove mi porterà.

Mia Immagine

Quando sono nata, a Lima nel 1988, in Perù c’erano dei conflitti tra lo stato e gruppi terroristi. La politica e il governo non favorivano la pace nel paese e anzi le persone più deboli e povere ne pagavano le conseguenze. La mia famiglia non era così povera e avevamo fortunatamente una casa dove stare e il cibo non mancava. Tuttavia, era uno dei barrios più pericolosi di Lima dove la notte ogni tanto era necessario chiudersi in casa perché erano in atto delle guerriglie tra gang di diversi quartieri.

La paga di uno stipendio non era mai sufficiente, lavorare tutto il giorno per poi non avere mai nulla in tasca non era di certo vita. In un contesto sociale come questo mia madre non avrebbe mai potuto garantirmi gli studi e una vita dignitosa quindi decise di partire per l’Italia. Il sogno dell’immigrazione è sicuramente un sogno di coraggio e a mia madre il coraggio non è mai mancato. Dopo 6 anni di estenuanti battaglie con questura e ambasciate riuscì a portarmi legalmente in Italia tramite quello che viene definito “ricongiungimento familiare”.

Vorrei raccontarvi il mio percorso migratorio e di integrazione durante questi 6 anni. Mia madre non riusciva a ottenere il visto per portarmi in Italia da lei, il reddito non era sufficiente e non aveva un contratto regolare. Gli uffici a disposizione non erano tanti e quindi significava studiare la burocrazia e la legislazione italiana da soli. Un compito arduo se consideriamo anche le difficoltà linguistiche. La disperazione era talmente tanta da decidere di procedere per vie illegali. Era il 1995 e insieme a due mie zie e un gruppo di 13 persone più il traghettatore ben pagato, decidiamo di imbarcarci nel primo aereo verso l’Europa come gruppo turistico.

Inizia un lungo viaggio tra freddo e boschi cupi nella notte, unici momenti in cui potevamo dirigerci verso le frontiere successive a piedi o dentro grandi camion. Prima o poi saremo arrivati in Italia. Il sogno di riabbracciare familiari, di vivere una vita migliore e il benessere europeo terminò ben presto, quando dei gruppi militari ci trovarono a ridosso delle frontiere ungheresi.

L’Ungheria è nota per il tipo di accoglienza che esercita, be negli anni 90 non era da meno. Rinchiusi in un centro di accoglienza che di accogliente aveva ben poco: porte e finestre a sbarre, cibo schifoso e militari con mitra ovunque, passavano i giorni. Un mese vissuto con altri profughi provenienti da altri paesi, volti sofferenti, volti sorridenti nei momenti di conforto dove era necessario farsi forza l’uno con l’atro. La solidarietà crea un sentimento umano difficile da spiegare ma talmente forte da colmare quel vuoto e quella paura di non sapere che fine farai. Ci rimandarono in Perù sane e salve e il mio processo di integrazione italiano fu rimandato al 1997 quando finalmente mia madre ottenne il visto per portarmi via con lei.

Mi sono laureata un anno fa alla magistrale in Relazioni Internazionali, ho il fidanzato sardo, amici italiani, sudamericani, africani e asiatici e vorrei dirvi che io mi sento perfettamente integrata ma non perché abbia sentito lo Stato italiano vicino ma grazie alle persone, quelle persone con cui ho potuto condividere momenti duri e felici. Quando cresci e riscontri che il permesso di soggiorno ha più valore della persona che sei, o decidi di lottare per i tuoi diritti oppure continui a sentirti immigrata in un paese che senti tuo. Bene io oggi e domani deciderò di lottare per questo.

Spero che il 2017 e gli anni a seguire siano anni di cambiamento e di umanità, di uguaglianza e di consapevolezza per tutti. Siate consapevoli che ognuno con le proprie motivazioni compie un atto di coraggio quando decide di immigrare, di qualunque nazionalità esso sia. Non è necessaria la guerra o la violenza per immigrare, molto spesso basta la fame, la povertà e la voglia di cambiare le proprie vite. L’immigrazione è un diritto dell’essere umano. L’integrazione è un dovere di entrambe le parti.

Mia Immagine