Sant’Antonio da Padova, secoli di devozione

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Secoli di devozione in un evento che ogni anno conferma la fede degli arburesi e di un intero territorio al Santo dei miracoli, al Santo dei poveri. “Antoi de Padua”, il santo che porta il bambino Gesù in braccio e nella mano sinistra un giglio, “su lillu”, il simbolo di purezza che protegge gli innamorati, il matrimonio, la famiglia, gli orfani, i detenuti. Il Santo dei miracoli per eccellenza, il Santo dei poveri. Il Santo di ogni preghiera: ”Sant’Antoi bellu t’at aggiudai”.

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Le origini Preparativi come sempre e come tradizione vuole fervono febbrili anche per l’edizione 2017, la numero 321, che quest’anno verrà celebrata tra sabato 24 e martedì 27 giugno. Testimonianza di un amore immutato tramandato di generazione in generazione  e mai sopito che coinvolge in modo particolare le popolazioni di Arbus e Guspini e migliaia di fedeli provenienti un po’ da tutta l’isola. Una tradizione di antica origine che si rinnova puntualmente da oltre tre secoli interrotta solo per alcuni anni durante il secondo conflitto mondiale. Lo certifica un prezioso documento presente nell’archivio parrocchiale della chiesa di San Sebastiano che ne farebbe risalire la nascita addirittura al 1694. La stessa viene altresì collocata al terzo posto immediatamente dopo Sant’Efisio, che risale al 1657, e a Sant’Antioco le cui celebrazioni al Santo martire patrono dell’isola sembrerebbero risalire al 1519. “Dal villaggio di Arbus, dedito allora prevalentemente alla pastorizia e all’agricoltura, si portò il simulacro del Santo in processione fino al piccolissimo agglomerato di Santadi  posto nell’omonima penisola – cita il professor Goffredo Casalis nelle sue (veritiere) ipotesi  nel dizionario geografico storico-statistico-commerciale sardo pubblicato nel lontano 1833 – dove è presente l’antichissima chiesetta (ora rifatta)  risalente al XVII secolo”.

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 La tradizione che diventa rito. Trentaquattro sono i chilometri che separano la chiesa di San Sebastiano di Arbus, dimora abituale del Santo, da quella di Santadi a lui dedicata dove il Santo sosterà alcuni giorni. Oggi come tre secoli fa questa festa di antiche origini rimane nelle sue caratteristiche peculiari praticamente immutata: quattro giorni all’insegna della devozione e del divertimento dove riti religiosi e riti civili mantengono intatte le loro tradizioni continuando a regalare fascino, emozioni e colori. Un evento in cui si intrecciano storia, cultura, tradizioni popolari e tanti suoni. La processione cui prendono parte tantissimi fedeli dopo il passaggio tra due ali di folla ad Arbus e Guspini – unici centri abitati attraversati dal simulacro e dove la venerazione al Santo è maggiormente radicata e sentita – scorta il Santo direzione Santadi accompagnandolo col canto del rosario e la classica “Ave Maria in sardo”. E ancora “is traccas” preparate con cura e abilità e addobbate con tappeti, arazzi, lenzuola bianchissime, tantissimi fiori, le spighe di grano intrecciate con maestria e “su coccoi de sa festa” da sempre simboli della festa. Infine i cavalli elegantemente bardati e i numerosi e coloratissimi gruppi che indossano i tradizionali costumi sardi. Una scenografia maestosa completata dalle artistiche composizioni floreali della fioritura, la cosiddetta “ramadura”, migliaia e migliaia di petali di rose che indicano il cammino del Santo. Una lunga spesso faticosa camminata interrotta solo dalla sosta pranzo collocata a metà percorso in località Mattianni/Pardu Atzei dove gli immancabili piatti della tradizione, in modo particolare le lumache al sugo, accompagnati da un buon bicchiere di vino in alternativa sorseggiato direttamente da “is croccorigas”, rappresentano gli indispensabili “integratori” per l’ultima parte nel cammino verso Santadi.

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L’arrivo a Santadi L’arrivo del simulacro nella borgata affollata da migliaia di fedeli crea forti emozioni. La stanchezza negli animali e tra i fedeli che accompagnano il Santo è visibile ma non rappresenta un alibi. Il Santo viene accolto da un lungo applauso e dai fuochi d’artificio che innervosiscono non poco gli animali. Poi la messa e, senza soluzione di continuità, due giorni di festeggiamenti che animeranno non poco la frazione. Funzioni religiose e intrattenimenti civili si alterneranno proprio come avviene ormai da secoli in attesa che al quarto giorno “Antoi de Padua Santu”, il Santo dei poveri e dei miracoli, riprenda il cammino verso la chiesa parrocchiale di San Sebastiano ad Arbus, sua dimora abituale.

Gianni Vacca

                      PROGRAMMA DEI FESTEGGIAMENTI

È la Pro Loco, come avviene dal ’77, col patrocinio del comune di Arbus e la collaborazione delle autorità religiose ad occuparsi attraverso il comitato interno “Passu Passu Cun Tui Antoni” dell’organizzazione della festa. Un evento che pur dovendo fare i conti con le grandi sofferenze economiche e lo stato di disagio di cui soffre l’intero territorio presenta un buon palinsesto.

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Processione e sfilata. Presente come tradizione vuole la Banda Musicale “Ennio Porrino” ad Arbus e Santadi, partenza e arrivo del Santo, e a Guspini il sabato mattina. Una quarantina sono “is traccas”, tra motorizzate e carro a buoi, iscritte alla sfilata, una cinquantina i cavalli presenti e una ventina per un totale di circa cinquecento figuranti i gruppi folk in costume che accompagnati dalle tradizionali launeddas, fisarmoniche e organetti sfileranno in processione.

 Funzioni religiose. Saranno nove tra sabato e martedì equamente distribuite tra Arbus e Santadi le messe in programma mentre nella giornata di lunedì a Santadi ci sarà la processione con la benedizione dei campi. Il programma di intrattenimento civile prevede sabato a Santadi alle 21.30 l’esibizione del coro polifonico di Laconi, la domenica sempre a Santadi alle 16 stand con prodotti tipici sardi, due mostre, una di pittura estemporanea e una fotografica e infine alle 21 spettacolo musicale dedicato alla musica etnica e folk. Lunedì, ancora nella borgata, alle 19 sagra e degustazione con prodotti tipici locali, alle 19.30 rassegna folk di balli sardi e alle 21 uno spassosissimo  spettacolo di cabaret. Infine martedì ad Arbus, in attesa del Santo, si chiuderà alle 21 con “Balli in piazza per tutti” una serata musicale dedicata al liscio e alla musica latino-americana. I fuochi d’artificio onoreranno l’arrivo del Santo sabato notte a Santadi e martedì al suo rientro ad Arbus. (g. v.)

L’ARDIA DI SANT’ANTONIO, UNA TRADIZIONE DIMENTICATA

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La sagra di Sant’Antonio ha perso inevitabilmente col passare del tempo, per un motivo o per l’altro,  nonostante l’impegno profuso dai vari comitati che si sono succeduti nell’organizzare la festa  alcune peculiarità e  connotazione originarie. Si inizia a parlare di comitati veri e propri con finalità di questua e organizzazione solo dopo i primi decenni del ‘900 e in modo più deciso solo con la fine del secondo conflitto mondiale. Fino ad allora infatti, secondo testimonianza tramandate oralmente, la festa veniva garantita da una sorta di autotassazione volontaria che interessava però un numero molto ristretto di persone. Da allora, dopo tale data, anno per anno si costituiva una sorta di comitato spontaneo presieduto dal cosiddetto “S’oberaju” che naturalmente autorizzato dalla chiesa si preoccupava della questua e di mandare avanti un programma civile. Il salto di qualità si ebbe nel 1977 quando l’associazione Pro Loco allora presieduta da Bruno Serpi si prese l’impegno di organizzare la festa senza nascondere l’ambizioso obiettivo di una sua valorizzazione anche a fini turistici. Molte tradizioni sono rimaste, qualcuna invece cancellata.È il caso di una corsa di cavalli, mi sia concesso chiamarla “Ardia di Sant’Antonio” che come racconta l’ormai scomparso Salvatore Porcu nell’”Antoni de Padua Santu” di Angelo Concas «a Santadi di lunedi durante la festa si svolgevano le corse dei cavalli… il primo premio consisteva in una somma di denaro di 80 lire… il percorso, molto impegnativo in molti tratti stretto e irregolare era di circa 2 chilometri e partiva dai terreni Pili prossimi a Pistis per arrivare fino a Santadì. Si partiva in una ventina e si arrivava in tre o quattro».

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Perso anche gran parte del patrimonio rappresentato da “is traccas” a buoi che raggiunse nei primi anni cinquanta anche le settanta unità . Fortunatamente invece ancora fortemente radicatala tradizione di allestire il sacro rifugio de “sa tracca de is bagadius” e “sa tracca de is bagadias”. Rifugio messo spesso in discussione nella piacevole complicità da piccole o grandi storie d’amore spesso improvvisate ma straordinariamente inevitabili, perché come narra la tradizione: Po Sant’Antoni chi esti sposu ndi torrada storrau, chi esti bagadiu ndi torrara sposu”. (g. v.)

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