La tenda di Prodi

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di Vindice Lecis

In un’intervista al Fatto Quotidiano, Romano Prodi – con la maglietta di padre nobile dell’Ulivo – affronta molti temi, nazionali ed internazionali, ed esprime alcuni giudizi, qualcuno abbastanza netto. In sintesi, sulle vicende di casa nostra ci informa: che lui vive in una tenda vicina al Pd ma è pronto a piantarla altrove in caso di intesa post elettorale tra Renzi e Berlusconi; che Bersani e soci hanno fatto un “errore enorme” a uscire dal Pd; che Renzi deve baciare la terra sotto i piedi visto che lui e Letta hanno dichiarato di votare sì al referendum contro la Costituzione; che il M5S si caratterizza per l’indeterminatezza delle proposte. E aggiunge che destra e sinistra hanno ancora un valore.

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L’intervista ha un notevole interesse, e molte delle affermazioni dell’ex premier sono di valore. Ma come spesso accade, le sue parole si caratterizzano per la tipica ambigua duplicità degli ambienti ulivisti. Il non detto sopravvanza il dichiarato. Mai, ad esempio, un’autocritica, mai una valutazione “storica” sul perché il centro sinistra sia defunto. Rifuggendo in pratica dall’analisi sulla stessa natura del Pd: strategia, organizzazione, obbiettivi, personale politico al tempo di Renzi.

Uscire dal Pd è stato un errore enorme che contribuisce a cambiarne la natura” ha risposto liquidatorio Prodi a una domanda sulla scissione di Bersani e Speranza Ma non spiega perché una componente di “sinistra” dovesse restare in un partito che ha mutato pelle da anni. Prodi, in sostanza, sorvola sul perché questo sia accaduto: jobs act, Buona scuola, Salva Italia, spregiudicatezza nelle allenze. Perchè non prendere atto della trasformazione genetica del Pd? Forse perché dovrebbe avviare una riflessione – lui e il professor Parisi – sull’Ulivo e sulla impossibilità di far convivere culture politiche strategicamente differenti in una sola organizzazione – altro sono le alleanze tra diversi – a patto che una di queste non sovrasti l’altra (come è avvenuto con la vittoria degli ex popolari sugli ex comunisti, ad esempio).

Abito in una tenda vicino al partito democratico, ma la tenda si può mettere nello zaino e rimettersi in cammino” sentenzia il Professore bolognese. Auspicio interessante. Ma per andare dove? Nella ricerca inesausta dell’altrove – che in politica è un’indeterminatezza post dorotea e che ha prodotto guasti – il rimettersi in cammino può avere valenze negative: come la sovrapposizione di destra e sinistra nell’accettazione culturale del liberismo, dell’austerità e del libero mercato. Certo, Prodi dice che destra e sinistra esistono – finalmente – “almeno fino a che esistono modi diversi di intendere la vita e obiettivi diversi di governo. Tra l’avere o non avere la sanità per tutti c’è una bella differenza”. Una splendida affermazione ma che dovrebbe far nascere una riflessione su un centro sinistra in Italia e in Europa – in gran parte rappresentato  dal Pd – così simile alla destra nelle politiche sociali. E che, anzi, l’ha sopravanzato in peggio.

Ecco perché occorre prendere atto, senza drammi, della fine del centro sinistra. E anche che la sinistra – non quella velleitaria, non estremista, non esteticamente propensa a un acerbo movimentismo fine a se stesso di fatto subalterno – debba riprendere il filo di un ragionamento e di un discorso unitario. Restando consapevoli che il mondo progressista non può però in nessun modo contaminarsi con il Pd.

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