Quando i dipendenti si ricomprano l’azienda

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Crescono in Italia i Wbo, i casi di imprese rilevate dai lavoratori. Legacoop ne sta supportando quasi 50 con uno strimento finanziario che opera come un fondo di private equity. Così si salvano dal fallimento realtà colpite dal credit crunch

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Quando tutto è perduto tocca alle tute blu indossare giacca e cravatta da top manager. E qualche volta, e molto più spesso di quanto si possa immaginare, il cambio d’abito e di ruolo risolleva ordini e commesse, riuscendo a rimettere in pista l’azienda laddove imprenditori e alti dirigenti si erano arresi. Almeno questo racconta la cronaca economica di 50 casi di salvataggi aziendali, per 1200 posti di lavoro e 178 milioni di euro di ricavi che, negli ultimi 5 anni in Italia sono stati possibili grazie all’intervento dei dipendenti che si sono trasformati in “padroni”, formando cooperative che hanno rilevato la proprietà e hanno salvato l’impresa. Imprese recuperate che sono una bella soddisfazione per chi ce l’ha fatta ma anche per il sistema cooperativo il quale, attraverso i suoi bracci finanziari, partecipa e sostiene queste iniziative.

“Negli ultimi anni c’è stato un considerevole aumento delle richieste di lavoratori che provano a salvare la propria azienda in dissesto investendo di tasca propria nel rilancio aziendale “, ammette Mauro Lusetti, presidente di Legacoop, l’associazione che riunisce 15 mila imprese cooperative in tutti i settori industriali, del commercio e dei servizi. “Il ruolo del sistema cooperativo – dice Lusetti – è di supporto ma non solo finanziario. Pertanto decidiamo di partecipare, coinvolgendo anche attori del mondo bancario, in quelle iniziative che hanno una strategia industriale che possa avere successo. Ma non parlerei di workers buyout quanto
di imprese recuperate. Perché questo è il nostro ruolo: recuperare quelle aziende che con un piccolo aiuto possono farcela a rimettersi in piedi”.

Il dizionario aggiornato del management anglosassone chiama questo fenomeno workers buyout, ma la sua notorietà ha il volto meno spumeggiante della bancarotta argentina, quando le fabbriche occupate dai lavoratori, “fabricas sin patrones”, hanno provato ad opporsi ai fallimenti e alle chiusure a raffica delle imprese del paese attraverso l’autogestione industriale. E qui, dietro il successo del Wbo in salsa italiana, sta la cattiva notizia: il numero dei fallimenti nel nostro paese rimane molto alto. Anche se nel primo trimestre le chiusure sono calate notevolmente, meno 16% rispetto allo stesso periodo del 2015, primo segnale di inversione di tendenza che ci si auspica sarà confermato per tutto il 2017. Ma il fatto è che l’Italia viaggia da troppo tempo, dal 2009 a oggi, intorno a 13-15 mila aziende che ogni anno portano i libri in tribunale. E il credit crunch, la stretta del credito, è ancora una dura realtà per le piccole e medie imprese. Secondo Confcommercio, in Italia, solo l’11% delle micro imprese, quelle entro i nove addetti, “vengono soddisfatte in termini di crediti”, mentre per le grandi il tasso si quadruplica al 41%. Insomma capita spesso che si chiuda bottega non tanto perché il mercato è deludente o non funzionano i prodotti, quanto per mancanza di risorse del sistema finanziario. Non tutti però hanno intenzione di mollare. E il movimento cooperativo offre una sponda per tutti quei lavoratori che vogliono provare a recuperare la propria impresa in dissesto.

Il fenomeno del workers buyout è meno celebre e meno utilizzato del suo fratello ricco e patinato, il management buyout, quando i dirigenti si trasformano in imprenditori e acquistano l’azienda, magari spalleggiati dai fondi di private equity. Il Wbo è tuttavia istituzionalizzato da tempo nel nostro paese, dal 1986, quando la legge Marcora, per iniziativa delle organizzazioni cooperative Legacoop, Confcooperative e Agci, ha messo a disposizione un fondo rotativo per sostenere quei dipendenti che – attraverso la forma mutualistica della cooperativa – intendono salvare la propria azienda dal dissesto. Da allora il sistema della coop, attraverso il braccio operativo di Cooperazione Finanza Impresa (Cfi), l’ente nato per sostenere il fondo della Legge Marcora, ha investito 205 milioni di euro in 370 ristrutturazioni, per 14 mila addetti coinvolti. Ma è negli ultimi anni che si è registrata una crescita di questi interventi. Prendete il caso di Italcables, azienda siderurgica napoletana che produce filo e trecce per il cemento armato per prefabbricati. La sua storia di declino industriale avrebbe potuto passare inosservata, immersa in quel calderone di fallimenti che dall’inizio della grande crisi sta ingoiando interi pezzi di tessuto produttivo. Il settore delle costruzioni è al collasso, per un’azienda in difficoltà specializzata in prefabbricati, i rubinetti del credito rimangono chiusi, i fornitori smettono di inviare materie prime, nel timore di non essere pagati. Insomma, a prescindere dagli ordini in corso, c’è un clima di sfiducia che paralizza l’azienda. I manager e la proprietà di Italcables si arrendono e abbassano le saracinesche. Iniziano così le procedure fallimentari ma i tentativi di vendita all’asta si chiudono con un buste vuote. I dipendenti di Italcables, una cinquantina di persone, non ci stanno. E decidono di mettere in cassa comune liquidazione, 25 mila euro a testa della mobilità e anche risparmi privati, per affittare un ramo d’azienda per tre anni. Cercano e trovano sponda nel movimento cooperativo che partecipa al rilancio dell’azienda e ottengono un sostegno finanziario da Banca Etica. Ecco che gli impianti di Italcables, fermi da due anni, si rimettono in marcia. Ritrovano le vecchie commesse e ne trovano di nuove, soprattutto all’estero. La maggior parte delle imprese in cui è intervenuta Cfi, sono Pmi, il 63% ha una popolazione aziendale compresa tra 10 e 49 dipendenti. Ma casi come quello di Italcables, dove i lavoratori superano la cinquantina, sono in sensibile aumento.

Basti pensare alla 3Elle di Imola, produttrice di porte e infissi, 15 milioni di ricavi e 80 addetti, alle ceramiche di Greslab di Scandiano, 16 milioni di fatturato e 60 dipendenti, la Cartiera Pirinoli di Pinerolo, 116 lavoratori e 28 milioni di fatturato. A dimostrazione che, aggiunge Lusetti, “il modello cooperativo funziona e in alcuni casi riesce a recuperare aziende che sembravano destinate a scomparire “. Il settore più coinvolto dal Wbo in Italia è quello manifatturiero, più di 100 casi, davanti a retail, ristorazione, servizi e commercio. I territori più battuti sono quelli a vocazione cooperativa, come il centro Italia, soprattutto l’Emilia Romagna, la Toscana, ma anche il Veneto. Oltre al sostegno del fondo rotativo della Legge Marcora e dei bracci finanziari delle cooperative intervengono anche protagonisti del mondo mutualistico, come Banca Etica e Unipol Banca.

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