Guru, enoqualunquisti e cazzari.

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Lo spunto per scrivere queste poche righe me lo ha dato un episodio di qualche giorno fa, quando mi sono trovato coinvolto in una polemica-flash con una Guru dell’assaggio, uno di quei personaggi appartenenti alla Sacra Casta del Pensiero Unico del Vino. Ho tagliato corto non certo perché non ami la polemica, quando ha fondamenta intelligenti, ma perché ad un certo punto ho avuto la sensazione di agitarmi nel buio di una scatola vuota. L’articolo pubblicato da una famosa testata web e la ridda di commenti, la maggior parte dei quali osannanti fino al parossismo, sono stati comunque per me un utile momento di riflessione e approfondimento. L’oggetto del contendere era l’elenco di una ventina di nomi i quali, a detta della Guru, sarebbero i riferimenti assoluti dell’arte dell’assaggio nazionale (alcuni, solo alcuni, lo sono per davvero) mentre un’altra parte del pezzo era impostata su un malriuscito tentativo di satira nel quale, facendo di tutta l’erba un fascio, venivano messi alla gogna tutti coloro che si sono macchiati del peccato mortale di schierarsi con una certa idea di fare e bere il vino. Che l’ambiente del cosiddetto “naturale” sia in piena fase degenerativa è un dato di fatto ahimè indiscutibile: non siamo riusciti a non far diventare modaiolo un fenomeno che tutto avrebbe dovuto essere fuorchè trendy. Eppure, scomodando il vecchio Vladimir Ilic, quella malattia infantile del consumatore di vino, che è il provincialismo, è riuscita nell’impresa. Ma, tornando all’articolo, l’autrice individua come problema, non l’enorme massa acritica di bevitori compulsivi di etichette più o meno blasonate, ma quel piccolo granello di sabbia nel Sahara del mondo del consumo di vino, che sono gli amanti dei vini artigianali. La caricatura del “naturalista” costi quel che costi, in un altro contesto, sarebbe potuta essere anche divertente ma c’è da chiedersi come la Sacerdotessa possa fingere di ignorare che, avendone tempo e voglia, se si vogliono trovare macchiette e personaggi ridicoli, è proprio dal mondo dei cultori del convenzionale che si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Basterebbe farsi un giretto di mezz’ora per i Social e scoprire il florilegio di selfie con brunellibarolipergolesassikaie con prezzi da portafoglio di sultano. Una volta la massima espressione del machismo più caprone, era il vantarsi delle misure di quella parte maschile che non vede mai il sole; oggi è tutto cambiato: l’esibizione fallica ha forma di bottiglia da 500 euro minimo e possibilmente documentata da video feisbuc, di seratona nel wine-bar alla moda con “bella gente come noi.” Se poi hai da vantare verticali di Romanèe Conti o Petrus o Pergole Torte, allora puoi dire che il Rocco Siffredi di inizio carriera ti fa un baffo! Il vero problema è la grande confusione che regna in materia. Il vino è sempre più specchio e metafora della nostra società malata e l’ENOQUALUNQUISMO ne è l’espressione più tangibile e odiosa. Mettere sullo stesso piano i due mondi, quello del convenzionale e dell’organico, utilizzando come parametro la capacità di un vino di “muovere il mercato”, oltre che abberrante è completamente privo di senso. Una delle frasi più ricorrenti, nelle conversazioni con l’enoqualunquista medio, è : “ci deve essere spazio e mercato per entrambe le espressioni visto che poi sarà il consumatore a scegliere”. Capito? Tutto facile: il mercato ha il sacro dovere di ospitare vini avvelenati e prodotti devastando gli ecosistemi insieme a quelli che invece, rischiando insieme culo e vendemmie, producono bottiglie con l’occhio a quei dettagli marginali e insignificanti che si chiamano Etica e Rispetto dell’Ambiente e della Salute di Chi Berrà. Perchè non mi capita mai di leggere un qualcosa che, provando ad andare oltre una descrizione organolettica più o meno ben scritta, provi a spiegare al lettore profano che, chi fa vini fuori dal coro, è quasi sempre animato da una visione della vita e del mondo che non può avere il mercato e il profitto come primi pensieri? E poi c’è il tormentone delle PUZZE. E’ vero che vino naturale non è automaticamente sinonimo di vino buono e sano: solo un demente potrebbe azzardare una simile teoria. E’ altrettanto vero che non è difficile imbattersi in cioffeche improponibili, prodotte da viticoltori della domenica che hanno fiutato il trend da cavalcare. Ma un pizzico di onestà intellettuale, per chi la possiede, vorrebbe che fosse più chiaro e diffuso un concetto: il vino naturale o organico o artigianale, o chiamatelo come vi pare, non può essere degustato con i parametri canonici della ortodossia sommelieristica. Assolutamente paradossale degustare un bicchiere che contiene il frutto di un lavoro, per esempio, di provenienza biodinamica, totalmente privo di qualsiasi additivo di cantina, utilizzando lo stesso approccio che il degustatore professionista adotterebbe davanti ad un, che so!, Gewurtztraminer atesino di forte impatto enologico. Oltre che cambiare completamente atteggiamento e modo di accostarsi a certi vini occorre prendere atto, e questo è il vero busillis, che si tratta di prodotti che non sopportano la fretta e le nevrosi di chi è abituato ad aprire una bottiglia di vino finto che, in quanto tale, può tracannare in mezz’ora. Le cosiddette puzze sono, nella stragrande maggioranza dei casi, disturbo passeggero legato alla vitalità del vino e all’assenza di protezioni sintetiche e che, sempre nella maggior parte delle bottiglie, tendono a volatilizzarsi in tempi più o meno ragionevoli. Pertanto amici detrattori, fermo restando che ognuno la pensa come gli pare e beve quello che crede, visto che non ce lo prescrive il medico di bere “pulito” , cercate perlomeno di informarvi, sentire tutte le posizioni e provare ad uscire dalle gabbie degli accademismi e delle prediche dei Guru poco disinteressati. Meglio un vino con qualche piccolo “difetto”, che un finto grande vino fatto da enologi che devono portare a casa il risultato costi quel che costi.

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