Sovraindebitamento, ammissibili cessione del quinto e Tfr.

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Alle procedure di composizione della crisi sono ammissibili i crediti garantiti dalla cessione del quinto della retribuzione. L’importante principio è stato reso pubblico con il decreto di omologa del Piano del Consumatore del 15 febbraio scorso, pubblicato il 20 febbraio, con cui il Tribunale di Livorno, allineandosi ai precedenti di Torino e Siracusa, ha ribadito il principio di ammissibilità alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento disciplinate dalla legge 27 gennaio 2012, n. 3, dei crediti garantiti dalla cessione del quinto della retribuzione.
La vicenda da cui si è partiti è quella di “una consumatrice livornese che, a seguito di un lungo e difficile iter processuale, ha dovuto far ricorso al mercato del credito al consumo al fine di affrontare ingenti spese legali e di consulenza”, incorrendo così in una situazione di forte sovraindebitamento, come spiega una nota di Adiconsum, alla cui sede regionale la consumatrice si era rivolta.
Assistita dal legale Adiconsum, l’avvocato Antonello Simone, la consumatrice ha così avviato la pratica per l’ammissione alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento.
“Dopo un’attenta ricostruzione della posizione debitoria accumulata dalla consumatrice e della sua situazione patrimoniale – si legge nella nota diffusa dall’associazione dei consumatori – l‘avvocato Simone, con l’ausilio dell’organismo di composizione della crisi (OCC) nominato dal Tribunale di Livorno, verificata la sussistenza di tutti i presupposti di legge ha depositato un Piano di ristrutturazione volto al soddisfacimento dei creditori nella misura del 60%”, che comprendeva anche “un finanziamento garantito dalla cessione volontaria del quinto dello stipendio, operata in favore di uno dei creditori”.
Ma il creditore garantito da questa formula ha ritenuto di dover insistere per il rigetto del Piano, asserendo che “la cessione dei crediti futuri costituiti dalle quote di retribuzione e del maturando TFR si era perfezionata con la notifica dei contratti di finanziamento al datore di lavoro”.
Il che comportava, secondo la difesa del creditore, che la consumatrice non avesse più la titolarità del credito relativo alla quota di retribuzione ceduta e del TFR e dunque non avrebbe più potuto disporne, né farne oggetto del Piano del consumatore, come invece proposto.
Il Tribunale di Livorno, accogliendo in toto le eccezioni sollevate sul punto dalla consumatrice per il tramite dell’avvocato Simone e richiamando l’ormai consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione (vd. Cass. civ. Sez. III, Sent., 17 gennaio 2012, n. 551 e Cass. 31 maggio 2005 n. 17590), ha affermato che, “proprio in ragione del fatto che il credito ceduto dal lavoratore alla finanziaria è un credito futuro” lo stesso (credito) sorge “relativamente ai ratei di stipendio soltanto nel momento in cui egli matura il diritto a percepire il relativo rateo mensile e per ciò che concerne il TFR, soltanto nel momento in cui cessa il rapporto di lavoro”. Insomma, di fatto il credito si avvera con la maturazione del diritto a percepirlo, che rimane comunque in capo alla titolare (del diritto).
Ed è proprio sulla natura del contratto di cessione di credito che, nel caso in esame, è comunque “futuro” che si incentra il Tribunale labronico: “Sul primo punto occorre infatti ricordare – spiega il Tribunale – che la natura consensuale del contratto di cessione di credito comporta che esso si perfeziona per effetto del solo consenso dei contraenti, cedente e cessionario, ma non anche che dal perfezionamento del contratto consegua sempre il trasferimento del credito dal cedente al cessionario, in quanto, nel caso di cessione di un credito futuro, il trasferimento si verifica soltanto nel momento in cui il credito viene ad esistenza e, anteriormente, il contratto, pur essendo perfetto, esplica efficacia meramente obbligatoria”.
Il secondo punto riguarda il Tfr, che tuttavia, essendo “futuro” per sua natura, risponde alla stessa logica: “Sul secondo aspetto – continua il Tribunale – occorre ricordare che il diritto al TFR sorge, a norma dell’art. 2120 c.c., al momento della cessazione del rapporto ed in conseguenza di essa, essendo irrilevante, al fine di ipotizzare una diversa decorrenza, l’accantonamento annuale della quota del trattamento, che costituisce una mera modalità di calcolo dell’unico diritto che matura nel momento anzidetto, ovvero l’anticipazione sul trattamento medesimo, che è corresponsione di somme provvisoriamente quantificate e prive del requisito della certezza, atteso che il diritto all’integrale prestazione matura, per l’appunto, solo alla fine del rapporto lavorativo”.
Infine, conclude il Tribunale, “ritenere che il contratto di cessione del quinto dello stipendio sia opponibile alla procedura di sovraindebitamento appare in radicale contrasto con l’effetto sospensivo (addirittura) delle procedure esecutive in corso che la presentazione del ricorso ha”.
“Se [infatti] la procedura ha l’effetto di sospendere le procedure esecutive (e, in caso di omologazione, ha l’effetto di estinguere le procedure esecutive, con rimodulazione dei crediti azionati), con la sola limitazione – deve ritenersi – delle procedure esecutive concluse (ad es. con l’assegnazione del credito), è evidente che, a maggior ragione, il medesimo effetto sospensivo (e, con l’omologazione, risolutivo) deve aversi anche nei confronti delle cessioni di credito futuro a garanzia della restituzione di prestiti”.
Tirando le fila, secondo quanto affermato dai giudici livornesi che hanno accolto le eccezioni sollevate dall’avvocato Simone, “la cessione del quinto della retribuzione è assimilabile ai contratti di cessione di crediti futuri, che dispiegano un’efficacia meramente obbligatoria sino a quando il credito non viene ad effettiva esistenza”, sintetizza Adiconsum. La conseguenza è che i crediti futuri, rappresentati per quanto riguarda la fattispecie, dal rateo mensile della retribuzione e dal TFR, “restano nella disponibilità del cedente e sono, pertanto, ammissibili al Piano del Consumatore, il quale sospende l’efficacia dell’avvenuta cessione (con effetto risolutivo al momento dell’omologa del Piano medesimo) al pari di quanto accade con riferimento alle procedure esecutive già pendenti”, secondo le norme di legge.
Di fatto, come conclude l’Adiconsum, la decisione del Tribunale di Livorno rappresenta un altro fondamentale precedente per quanto riguarda la difesa del consumatore contro il sovraindebitamento.

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