Ex Polveriera di San Giovanni, Siliqua

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foto di copertina di Boi Alessandro Aerial Works

Una vera e propria città militare abbandonata. E’ stata attiva dagli anni ’30 al 1985, mentre oggi è una delle mete preferite di chi la guerra la fa per gioco e di chi disegna sui muri.

Come ci piace ricordare, in mezzo al nulla c’è qualcosa. Ad esempio a pochi chilometri da Siliqua, tra la macchia mediterranea, c’è l’ex polveriera di San Giovanni. E’ una vera e propria città militare abbandonata, in passato deposito di armi e munizioni della marina militare e poi dell’esercito.

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E’ stata attiva dagli anni ’30 del secolo scorso fino agli anni ’70, ma fino al 1985 era presente un presidio militare. Poi l’abbandono. Almeno per quanto riguarda le divise ufficiali, dato che l’area oggi è un punto di riferimento di altre divise, cioè di chi la guerra la fa per gioco, i softgunner. Ma anche di artisti più o meno bravi che si esprimono sui muri (anche se noi siamo dalla parte dei meno bravi: si veda il consueto spazio dedicato alle scritte oscene).

L’area, circa 80 ettari, occupa diversi edifici, quasi tutti ridotti a ruderi. Le case dove i militari vivevano con le loro famiglie, la casermetta dei carabinieri, un locale con le insegne della Marina, la grande palazzina degli alloggi dove hanno portato via persino i pavimenti, il lavatoio, il distributore del carburante e il grande bunker, ma anche la ferrovia, le casette, il campo di calcio, la cabina elettrica. Altri luoghi difficili da identificare in quanto spogliati completamente di ogni cosa: forse la mensa, la lavanderia, il circolo dei marinai. In pratica una piccola città.

Intorno al perimetro le garitte e le torrette da dove si sorvegliava e si controllava tutta l’area. E poi il vecchio tracciato ferroviario ormai privo di binari con la stazione, la sala scambio dei binari, l’edificio dello scarico merci e più avanti quello del carico merci .

Dietro la ferrovia vi sono i 13 depositi di armi e munizioni. Questi sono situati all’interno di aree protette da alti argini di contenimento al cui interno si accede tramite un arco in pietra. Gli edifici presentano i resti della gabbia Faraday costituita da un insieme di conduttori metallici incrociati che avvolgono tutta la costruzione e hanno una messa a terra. La gabbia serviva per la protezione dalle scariche elettriche atmosferiche.

A margine dell’area originaria la grande struttura dell’autoparco, dove dal soffitto penzolano come stelle filanti i ferri dei travetti, impossibili festoni che si inseriscono perfettamente in una scenografia surreale solo in parte creata dall’uomo.

All’interno di quest’area vi sono numerose discariche di materiali inerti, compreso l’amianto, e incredibilmente nessuna capra.

Ma quello che veramente colpisce attualmente è l’abbondante presenza di murales che hanno colorato questi edifici austeri e ormai spenti. Decine e decine di immagini sulle pareti: dai mostri immaginari che incombono sul visitatore alle scritte tipiche della street art, fino alle scritte più semplici, incerte e a loro modo poetiche: “ho fatto un incubo poi mi sono accorta di non essermi addormentata”, “Popota 6 la mia vita…il tuo cucciolo”, oscenità, insulti, svastiche e tutto ciò che può venire in mente facendo quattro passi in campagna tra i ruderi di una città militare abbandonata.

Dove si trova: nella campagna a pochi chilometri da Siliqua, sud Sardegna, non lontano dalla SP90. Google Maps.

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