Dalla riscoperta delle radici storico-culturali ai rapporti di collaborazione economica fra Sardegna-Veneto. Intervista ad Alberto Medda Costella, protagonista del nuovo corso

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In una bella serata dello scorso luglio, ad Arborea (OR), un gruppo di entusiasti e appassionati giovani che, pur considerandosi sardi non dimenticano le loro origini venete, hanno voluto siglare l’istituzione del circolo “Sardegna” dell’Associazione “Veneti nel Mondo”[1]e il 19 agosto u.s. hanno proceduto alla costituzione del Consiglio direttivo dell’Associazione, eleggendo Presidente il giovane dottore in storia Alberto Medda Costella.

    Alberto Medda Costella, già il doppio cognome sardo-veneto si direbbe “tutto un programma” … o, forse, una storia che preannuncia un programma di vita già scritto nelle stelle! … chissà?!
     Alberto, prima di raccontarci nello specifico del sodalizio che hai appena fondato – e di cui a breve verrai a parlare in provincia di Venezia, presso l’Associazione Culturale “Un ponte fra Sardegna e Veneto”  – conosciamoci meglio, raccontaci chi è Alberto Medda Costella.  
       Sono nato ad Oristano – città capoluogo della quarta provincia sarda, città storica di mille anni, con un passato illustre ancora oggi tangibile sia nei documenti storici che negli edifici che caratterizzano il suo centro matrice – e, come hai anticipato tu, il mio doppio cognome rievoca una storia, la storia dei miei genitori, delle loro famiglie e la storia del territorio in cui vivo, non certo un lignaggio di altri tempi, se non quello legato al mondo artigiano e contadino.
A bilanciare la mia metà veneta – ho l’orgoglio di questa ascendenza sarda o chissà se sardo-nuragica – mio padre (che ha passato una vita in banca), è oristanese da generazioni e figlio de “Maistu de linna” (tradotto letteralmente, per i non sardi: “maestro di legna” o esperto falegname …). Mio nonno, infatti, faceva parte del Gremio dei falegnami che, insieme a quello dei contadini, è uno dei due protagonisti della Sartiglia, storica giostra equestre sarda in cui i cavalieri al galoppo debbono centrare con la spada una stella posta in alto lungo il percorso. La Sartiglia, che ai tempi di mio nonno era ancora organizzata a livello famigliare, richiama oggi, ad ogni edizione, migliaia di turisti da tutto il mondo.
Mia madre invece ha ascendenze venete, appartiene alla prima generazione nata ad Arborea, la nostra cittadina che si trova a sud di Oristano, distante 17 chilometri, e a 90 da Cagliari, con un litorale marino esteso e bellissimo.
In quanto centro rurale abitato, il paese era sorto col nome di Villaggio Mussolini nel 1928. I miei nonni materni arrivarono dalle campagne del Trevisano nel 1936, insieme a tante altre famiglie della Marca e di altre zone del Veneto.
Evidentemente ho sempre frequentato Arborea, dove risiedono tuttora molti miei parenti del filone materno. Direi di aver alternato la presenza nei campi di formenton di Arborea (in realtà me mare disi biava) a quella in sa arruga de is ballus (la via dei balli) de Aristanis. Ecco, sono cresciuto da bambino ad Oristano e quindi con la famiglia ho preso residenza a Santa Giusta, ad appena 4 chilometri dal capoluogo (in realtà i due centri sono uno dietro l’altro senza soluzione di continuità). Santa Giusta è un centro importante sotto il profilo economico soprattutto per le sue peschiere naturali, ma è un centro importante anche per la storia: in antico era Othoca, divenne sede vescovile al tempo dei giudicati, e oggi la cattedrale romanica è quotidiana meta di visite, di quelle correnti di turismo culturale a raggio nazionale e internazionale che, in Sardegna, si stanno sviluppando molto in questi ultimi anni, senza dimenticare le numerose monografie che la raccontano sotto tutti gli aspetti storici ed architettonici.
     Bene, Alberto, insieme a qualcosa su di te, hai anche iniziato a raccontare  un po’ della storia e del territorio in cui vivi, vuoi aggiungere ancora qualcosa?
     Ho accennato all’ambiente naturale e storico nel quale vivo e sviluppo le mie attività, questo triangolo ideale Oristano-Arborea-Santa Giusta, perché so quanto ogni microrealtà si colleghi alle altre, il presente al passato. Anche per questo input pedagogico che ho ricevuto dal “triangolo ideale”, ho scelto di studiare storia, parte a Trieste (dove ho vissuto alcuni anni indimenticabili sotto tutti i profili), e parte a Cagliari, la capitale della nostra isola. Sono affascinato dalla questione identitaria, dal dibattito che molto spesso si sviluppa circa possibili nuovi assetti statuali nell’ambito europeo. Forse è una eredità che mi viene dalle suggestioni del Giudicato d’Arborea, regno indipendente, sotto cui moltissimi sardi combatterono per la sovranità … o forse è solo una necessità, che la grave situazione economica e sociale suggerisce e che la geografia dovrebbe imporre.
     Dunque, storia e questione identitaria, aspetti in Sardegna molto sentiti: questa duplice passione ha inciso anche nella scelta della tua formazione?
Come già detto, sono laureato in Storia. Entrambi i corsi, sia quello di 1°, che di 2° livello, con indirizzo contemporaneo. Tutte e due le tesi hanno avuto ad oggetto Arborea, l’Arborea che è creazione novecentesca: la prima ha approfondito i motivi che hanno portato a reclutare coloni continentali di aree ben circoscritte e le difficoltà che questi hanno avuto una volta insediatisi in bonifica dalla fine degli anni ’20 e ’30. La seconda invece, si è focalizzata sulla riforma agraria degli anni ’50. Si è trattato (quest’ultimo in particolare) di uno studio multidisciplinare, investendo il piano demografico, quello strettamente economico e quello del costume – date le tradizioni venete che alimentavano il senso comunitario dei pionieri –, e poi ancora quello sociale-religioso, data la presenza fondamentale dei salesiani in paese, le influenze della stampa sarda e continentale circa le decisioni politiche che afferivano alla riforma e dunque il passaggio dei nostri ex coloni, veneti soprattutto, da mezzadri dipendenti (io direi sfruttati) dalla Società Bonifiche Sarde ad assegnatari dei poderi che furono dati a riscatto. Ho sviluppato la mia tesi fino agli anni della grande industrializzazione nel nord Italia, cosa che ha costituito una forte attrattiva per i giovani che alle campagne hanno preferito la fabbrica e l’ambiente urbano. Con qualche pentimento tardivo, forse.

     Così le radici familiari e gli studi ti hanno portato a vivere intensamente, anche se di riflesso, il sentimento che possiamo immaginare abbia caratterizzato l’Arborea di 70-80 anni fa. Nasce da questo l’idea di creare il circolo sardo dell’Associazione “Veneti nel mondo”?
     Certamente l’idea e il progetto nascono in questo humus, da un senso di appartenenza alla comunità veneta, naturalmente con tutte le particolarità mie di sardo nato in Sardegna da padre sardo, anzi sardissimo, fieramente legato alla unicità dell’essere isolano. Ma non soltanto da questo senso di appartenenza che, evidentemente, io ho vissuto come un supplemento di ricchezza interiore, ma, come ho già accennato, anche dagli studi che, facendomi conoscere nel dettaglio la stratificazione e la tempestica delle vicende della comunità veneta sul territorio isolano, e nell’Oristanese in particolare, nella storica piana di Terralba ancora più in particolare, mi hanno caricato della responsabilità – adopero un termine forse improprio, ma fa capire la cosa – di un certo protagonismo sociale-culturale nell’Arborea di oggi. Ma non un protagonismo individuale, piuttosto un protagonismo associativo, a maglie larghe, coinvolgente ogni spirito interessato. E ne ho trovato, fra i giovani miei coetanei e anche fra i non più giovani, ad Arborea!
È successo che lo scorso anno, mentre era in corso una grande battaglia civile, di popolo, contro le trivelle che la Saras intendeva piantare sul nostro territorio alla ricerca di gas metano, sono stato eletto consigliere comunale in una lista civica. Dunque ho ottenuto una delega fiduciaria da parte del sindaco: avrei dovuto occuparmi della promozione patrimonio materiale e immateriale di Arborea. Ho steso una specie di censimento delle questioni di cui occuparmi, beni culturali come edifici storici e ricchezze immateriali come la parlata veneta, e le tradizioni venete allignate in Sardegna. Nella logica però di non far tutto da solo – non soltanto perché non ce l’avrei fatta, ma soprattutto perché è sempre bello condividere, raccogliere dagli altri e dare agli altri in una visione comunitaria – ho anche iniziato a scrivere ad associazioni ed enti, sia sardi che veneti, per entrare in contatto con tutte le realtà che potessero in qualche modo essere interessate a promuovere o valorizzare, con me e con noi arborensi di nascita o di elezione, la ricchezza identitaria, sociale e culturale, di Arborea, realtà unica nel suo genere nell’Isola, sì a base veneta, ma con influenze anche lombarde, friulane, romagnole, toscane, siciliane, oltreché ovviamente sarde.
     Insomma, Arborea-mon Amour: sei passato dallo studio della sua storia ad ambasciatore delle sue tradizioni, sardo-venete in particolare …
     Mettiamola così: Arborea è un piccolo capolavoro della storia del Novecento, perché nel cuore della Sardegna è come la rappresentazione di varie realtà dell’Italia appunto per quei tanti apporti regionali che le necessità dell’economia degli anni ’20, ’30 e anche ’40 hanno convogliato qui. Ma la base, ho detto, rimane quella veneta.
Già nel 2008 la Regione Sardegna aveva approvato una proposta normativa per riscrivere regole e metodi della politica linguistica, in cui oltre al sardo si riconosceva un particolare status alle parlate alloglotte di Alghero, Carloforte/Calasetta e a quelle venete di Arbora e di Fertilia. Con il cambio del governo regionale tutto finì lì, e non se ne fece più nulla. Di qui, nella mia riflessione, il passo successivo, necessario a riprendere i fili, dato che se la parlata strettamente veneta di Arborea è in forte crisi – senza che per questo dobbiamo alzare bandiera bianca, anzi, abbiamo anche un progetto pronto a partire – gli usi e costumi che i coloni importarono dai loro paesi d’origine sono ancora vivi e vegeti. Si pensi solamente al Pan e Vin (altre famiglie lo chiamano Brusa vecia) e all’uso che ancora oggi si fa della polenta.
Ecco quindi che, dopo aver bussato a varie porte, mi è arrivata non una mano, ma un braccio intero, teso dall’avvocato Aldo Rozzi Marin, presidente dell’Associazione “Veneti nel Mondo” e console cileno per le province di Vicenza, Padova e Verona, anche lui nipote di veneti emigrati tanti anni fa in Sudamerica. Egli mi ha proposto, alcuni mesi fa, di portare ad Arborea il gonfalone di San Marco, quello stesso che ogni anno passa di mano in mano in una staffetta che parte da Pai di Sopra di Torri del Benaco, un paese sul Lago di Garda, per raggiungere la basilica di San Marco ed essere quindi consegnato allo stesso Rozzi Marin, il quale, come ultima meta, lo consegna a una comunità veneta all’estero. Dopo l’Argentina, il Cile, il Brasile, il Perù, quest’anno sarà la volta della Sardegna e dunque eccoci immersi, quasi senza accorgercene, in un calendario di attività esaltanti per chi ci crede davvero: il gonfalone marciano troverà in Arborea l’accoglienza che merita il prossimo 29 ottobre, nel giorno che, per pura coincidenza, ricorda quello in cui è stato fondato ufficialmente il paese.
La creazione del circolo arborense dei “Veneti nel Mondo” è venuta di conseguenza.
     Ecco, raccontami nello specifico dell’Associazione “Veneti nel Mondo – Sardegna”: chi, insieme a te, ha sposato subito quest’idea?
     Le prime persone con cui ne ho parlato sono state Davide Braina e Michele Favalessa, anche loro di origini venete. Sono amici che stimo moltissimo. Nelle nostre lunghe chiacchierate sono venute fuori parecchie idee. Davide e Michele hanno lavorato nella locale consulta giovanile e sono stati tra i creatori delle magliette, andate a ruba in occasione della fiera dell’Agricoltura, con dei motti noti nella bonifica, rigorosamente nella variante veneta di Arborea, oltre che di altre importanti iniziative. Fin da subito ci siamo accorti di avere la stessa visione. Crediamo che in un mondo globalizzato avere un’identità sia fondamentale per poter programmare il nostro futuro, senza dimenticare che una comunità come quella di Arborea, da sempre distintasi per le sue peculiarità, non può rinunciare a cuor leggero a un patrimonio che può tornarle utile anche in chiave di marketing. Chi definì la Sardegna “quasi un continente” (fu lo scrittore Marcello Serra) era certamente un genio. Un’isola che con le sue diversità rappresentava e ancora esprime, nonostante le minacce della omologazione modernista, molto di più di una nazione, non solo da un punto di vista morfologico e climatico, ma anche sociale e culturale.
     Ecco quindi il coinvogimento di tutti gli altri che Davide, Michele ed io sapevamo interessati a questi temi, a partire da Antonio Peterle e Giorgio Rosina, che non hanno mai fatto mancare i loro incoraggiamenti, per arrivare – li dico in ordine alfabetico – a Roberto Arfeli, Roberto Azara, Manuela Bianchi, Pierpaolo Borsato, Amerigo Colusso, Patricia Dessì Piccoli, Alberto Lelli, Maria Lisa Lelli, Roberto Milan, Lucia Pellegrini, Roberta Puppin, Maria Elena Righetti, Giorgio Rossi, Gianni Sardo, Davide Sorini, Renato Torsani, Giorgia Zambon, Sergio Zambon. Tutte eccellenti persone, generose nella partecipazione, con un forte senso associativo finalizzato al raggiungimento dei fini del nostro circolo, che infine sono fini di servizio al bene indiviso di Arborea e della Sardegna. E non soltanto degli arborensi di origine veneta, ma anche degli altri, amichevolmente curiosi di conoscere la nostra singolarità.
     Chi è entrato a far parte del primo Consiglio Direttivo e in cosa consiste il vostro progetto?
     Il nostro direttivo è così composto: oltre a me, presidente, Davide Braina vice presidente, Lucia Pellegrini segretaria, Michele Favalessa tesoriere e Giorgio Rosina consigliere. Chiarisco intanto che ad Arborea esiste da tempo anche un’altra associazione legata all’emigrazione veneta, ossia una sezione della “Trevisani nel Mondo”, nata nel 1999 e presieduta da mio zio Bepi Costella, già sindaco del nostro paese. Io stesso sono iscritto e collaboro alla “Trevisani nel Mondo”. Non potevamo e non dovevamo quindi creare un doppione. D’altra parte gli spazi per lavorare ciascuno nel proprio campo, nel rispetto e anzi nella stima reciproca, non mancano davvero! Aggiungo poi che moltissime delle persone che si sono tesserate con noi sono figli di soci della Trevisani. Campi distinti ma vicini, campi vicini ma distinti, se posso esprimermi così. Fin dal principio abbiamo voluto dare un taglio diverso allo stesso circolo dei Veneti. Non limiteremo il nostro operato al contesto locale, ma lo estenderemo anche al resto dell’Isola, in modo che lo stesso centro di bonifica possa diventare un punto di riferimento per tutti i veneti, di prima, seconda, terza o quarta generazione in terra sarda, ma anche, come dicevo prima, per tutti i sardi che vogliono entrare in contatto sia con la cultura veneta “tradizionale” sia con quella che si è sviluppata secondo caratteristiche proprie in Sardegna.
     Mi pare di cogliere delle bellissime similitudini e complementarità con un progetto a me molto familiare … possiamo definirlo come un nuovo “Ponte fra Sardegna e Veneto”, da percorrere anche in senso inverso, che dici?
     Esattamente. Diciamo pure speculare al vostro. Con la variante che il nostro ponte parte da una comunità, diciamo pure omogenea. La vostra Associazione sarà certamente un riferimento futuro per noi, soprattutto per portare avanti congiuntamente iniziative e progetti, oltre che per la promozione stessa di Arborea, della Sardegna e del Veneto. La nostra associazione dovrà essere un asse di intelligenze per portare fuori, dalle risorse presenti, cose nuove valorizzando il passato, facendolo sentire fascinoso e stimolante tanto più per i giovani che potrebbero farsi loro stessi “minatori”, scavatori nelle memorie di famiglia, recuperando e socializzando queste memorie che possono essere sia orali che materiali, cartacee, fotografiche, ecc. Io credo che applicarsi oggi a questo significherà altresì dare onore, e ringraziare, quei tanti – genitori, nonni, bisnonni, avi – che ci hanno preceduto, preparando la strada, donandoci il tanto che in termini di benessere, materiale e di opportunità scolastiche e culturali, noi generazioni nuove possediamo.
     I progetti messi in campo a breve, medio e lungo termine, sono già tanti. Dalla ricerca della diffusione del culto di San Marco in Sardegna alla raccolta di testimonianze dei personaggi che hanno fatto grande la bonifica del Terralbese, dallo studio della lingua veneta (compresa quella di Arborea) al censimento di tutti i veneti che hanno avuto un ruolo professionale di rilievo nella Sardegna sia del Novecento ma anche prima – nella docenza universitaria, nell’arte, nello sport, nella amministrazione pubblica, nella stampa, nella letteratura o nel teatro ecc. –, fino alla costruzione di veri e propri “ponti” tanto con il Veneto propriamente detto, cioè con le province di terraferma (ma vorrei allargare al Triveneto), quanto con le altre minori realtà venete, o di cultura veneta, della Sardegna. Penso in particolar modo a Sanluri Stato, zona di bonifica, nel cuore del Campidano, quasi a mezza strada fra Cagliari e Oristano. Penso anche agli istriani di Fertilia che hanno scelto proprio San Marco per rappresentare la loro comunità.
     I veneti residenti in Sardegna, già cento anni fa, si associarono fra di loro – avevano per presidente tale dottor Felice Pigozzo, farmacista capo all’ospedale militare di Cagliari, un mazziniano e massone originario di Mizzole, un piccolo paese assorbito poi da Verona –e come comunità veneta affissero al municipio cagliaritano una lapide di ringraziamento per l’opera della Brigata Sassari in terra veneta. Era, mi pare di ricordare, il 1918. Non possiamo infatti dimenticare che siamo nel centenario di quel tragico immane evento che fu la “grande guerra”.
     Né possiamo dimenticare – lo accenno soltanto per dire le molte direzioni che potrebbe prendere uno studio storico approfondito delle relazioni fra Sardegna e Veneto – che al tempo della terza guerra d’Indipendenza, nel 1866, dall’Isola vennero aiuti in termini di partecipazione militare, ma anche di incoraggiamento, senza dimenticare che il risultato del successivo referendum per l’annessione all’Italia è proprio oggi oggetto di dibattito in Veneto.
     E sul piano ancora più pratico?
     Mi pare bello collocare le opportunità pratiche, magari economiche e di lavoro, dentro un quadro di idealità e di storia che suscita ancora orgoglio, stimolo a pensare ancora in grande.
     La traduzione in termini economici di questo ponte che consentirebbe, da una parte e dall’altra, andate e venute, è lasciata al tempo. “Step by step” dicono gli inglesi. Intanto è preliminare farsi conoscere e conoscere l’altro, avere e alimentare questo spirito di apertura reciproca, di amicizia e fraternità.
Io spererei, essendo finora uno che ha lavorato soprattutto di penna, anzi di tastiera, di poter raccontare in siti veneti, sulla stampa delle province venete, la nostra realtà isolana sarda nella sua complessità. Ho questa disponibilità. Ho anche, per mia fortuna, molti amici personali, oltreché di studio, in Veneto e anche in Friuli e nella Venezia Giulia. Tanti amici mi raggiungono tutti gli anni, ora per vacanza ora per necessità professionale, in Sardegna. Per me è sempre l’occasione, fra l’altro, per portarli in giro, se condividono la passione, per dei tour isolani seguendo il circuito del romanico, partendo da Santa Giusta.
Gli amici della associazione sono attivissimi tutti quanti, coinvolti anch’essi in questo sforzo di accoglienza e accompagnamento, di scambio di esperienze e, quando possibile, di utilità anche professionali, nei diversi campi della economia. A proposito: abbiamo già ricevuto richieste di tesseramento da vari centri dell’Oristanese, nostro territorio d’elezione, ma anche dal Cagliaritano.
     Un’ultima domanda che forse ricapitola le precedenti. In cosa si sostanzia oggi l’essere veneti abitando in Sardegna?
     Credo che la Sardegna abbia dei confini ben precisi. Sono dei confini fisici, prima che culturali e politici. Da molti anni mi domando chi siano realmente i sardi. Chi è più sardo tra uno che abita a Mamoida, nel cuore della Barbagia nuorese, e un altro che vive a Cagliari, la città che col suo scalo marittimo è la porta verso il vasto mondo e del vasto mondo verso l’Isola tutta intera? Oppure, chi è più sardo tra un algherese, di lontana derivazione catalana, e un iglesiente-sulcitano? Ecco, mi sono convinto che non esista un modello definito di sardità. Peraltro l’identità è evolutiva di sua natura. Direi che la sardità la si può declinare in vari modi, a seconda del parametro o del codice che voglia preferirsi. Un ragazzo o una ragazza di Arborea potrebbe rispondere metaforicamente, non Deu seu sardu, ma Mi son sardo, perché è vero che tutti siamo orgogliosi delle nostre origini, ma è anche vero che tutti noi abbiamo una comunità di destino e questa si chiama Sardegna.
Concludendo direi così: mi piacerebbe che quei ragazzi che, ad Arborea, rispondessero, ora che siamo nel sedicesimo anno del terzo millennio, Mi son sardo, avessero però come una memoria del travaglio vissuto dalle generazioni passate, delle difficoltà anche incontrate nell’osmosi con i sardi d’origine nella piana da bonificare o bonificata di Terralba, e avessero insieme la memoria dei superamenti delle difficoltà, insomma della nuova pagina di storia che genitori o nonni o bisnonni hanno scritto per loro, per noi.

Intervista pubblicata il 13 settembre 2016 per “Tottus in pari”, il 19 settembre 2016 per “Focus Sardegna”, il 26 settembre 2016 per “Veneti e Veneti” e il 4 ottobre 2016 per “Fondazione Sardinia”.


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[1] Organizzazione nata nel 1998, presieduta dall’Avv. Aldo Rozzi Marin e che oggi ha sede a Camisano Vicentino – (VI).

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