Come un inviato speciale nel paese di Peppone e don Camillo (da Arborea a Brescello triangolando con Marola di Carpineti)

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Busto di Guareschi

«Ecco il paese. Ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del nord. Là, in quella fetta di terra grassa e piatta, che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata la opprime d’inverno. D’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente. E qui tutto si esaspera. Qui le passioni politiche esplodono violente…e la lotta è dura. Così la voce narrante dei film ispirati alla penna di Giovannino Guareschi, descrive il paese di Brescello. Qualche mese fa, il suo comune ha visto l’amministrazione sciolta per… incredibili (direi sacrileghe!) infiltrazioni mafiose. La notizia ha fatto il giro del mondo – stavolta il grande mondo! –, ma commissariamenti a parte, il paese della Bassa emiliana sembra davvero quel “Mondo Piccolo” descritto dal Guareschi. 

Una giusta premessa
Se giochi col telecomando, incroci puntualmente, ogni anno, d’estate e anche d’inverno, in qualche rete televisiva, la serie dei film di Peppone e don Camillo. E la cosa è buona perché si tratta di pellicole evergreen, così riguardo alla sceneggiatura e alla fotografia come all’interpretazione, genuina e superba, di Gino Cervi e Fernandel. Passano le generazioni – i film risalgono a un cinquantennio e oltre fa (dal 1952 al 1965, con una coda nel 1972, senza Fernandel e Cervi però, ma con Moschin e Stander) – ma l’arte, fortunatamente, rimane. Per le persone un po’ attempate è un recuperare, col sorriso, istantanee di vita passata, di una partecipazione – anche se di striscio – allo spirito pubblico degli anni ’50 e primi ’60, per i giovani è un affacciarsi al clima sociale e ideale che registrava allora, quasi ingessava, la divisione verticale dell’Italia dei loro padri e nonni. 
Carro armato
Peppone e don Camillo erano le icone, le figure rappresentative di un’Italia ancora per larga parte rurale – in Emilia come, e quanto più, in Sardegna, e divisa per ragioni economiche e religiose fra chi inseguiva il mito dell’unità di classe (per una maggiore giustizia distributiva) appoggiandosi al mito della miscredenza, e chi quello di una certa melassa clericale, trasversale, certamente bene intenzionata negli obiettivi e un po’ maneggiona nel pratico. Fu così anche in Sardegna, negli anni remoti della guerra fredda. Circa le intromissioni del clero nelle cose della politica – comizi in sagrestia, omelie elettorali, associazionismo parrocchiale parallelo alla DC – non mancarono neppure le denunce a carabinieri e alla procura (prima del Regno, poi della Repubblica), rimaste puntualmente lettera morta, fin dal 1944 e 1945 e ancor più nelle stagioni del voto amministrativo, politico e referendario, fra la primavera del 1946 e il famoso 18 aprile 1948. Quando addirittura capitava – dico in Sardegna, non saprei se anche in Emilia – che qualche prete negasse i sacramenti perfino alle mogli di socialcomunisti e sardisti, perdonando tutti gli altri. E così anche si spiega il voto monarchico in gran parte d’Italia, nell’Italia centro-meridionale e in Sardegna, e l’asprezza verbale, nonché certo settarismo, presente nelle aree operaie sensibili alle parole d’ordine della sinistra marxisteggiante, come, da noi, per esempio, nel Sulcis-Iglesiente, ma anche, per riallacciarmi a miei interessi, ad Arborea, precisamente nella borgata di Luri, dove, a mezzo stampa, un sacerdote venne accusato dai comunisti locali di aver messo a disposizione di un attivista democristiano, per fare proseliti, il pulpito della chiesa. Perché le agitazioni nelle campagne e l’invasione delle terre incolte furono eventi relativamente diffusi, e chi ne pagò le conseguenze anche giudiziarie – con carcerazione e processo penale – furono, con molti braccianti, anche i loro leader politici con Stalin nel cuore (si pensi all’oristanese d’adozione Alfredo Torrente). Venne poi la battaglia, fronte contro fronte, per la legge elettorale – chiamata legge-truffa per il maggioritario che scattava peraltro se la coalizione raggiungeva il 50 per cento più un voto – nel 1953, e dopo ancora, nel 1956, fu la volta dell’invasione della Ungheria come motivo per rinfocolare le polemiche fra i cosiddetti benpensanti e i faziosi della falce e martello. 
Statua di Peppone
Come in una partita a molti tempi, le elezioni segnavano – e così sarebbe stato ancora per tutti gli anni ’60 – come un termometro i gradi della febbre sociale mixando programmi dei partiti e militanze organizzate, riferimenti extraterritoriali (il papa e l’America, l’Unione Sovietica e magari il centenario manifesto di Marx) e spirito di corpo, falange contro falange. 
Storia lontana da non dimenticare, che i film imperniati sulla dialettica di amore/odio fra il sindaco ed il parroco di Brescello presso Reggio Emilia presentano sul filo dell’ironia e, bisognerebbe sottolinearlo, non senza evidenziare comunque i dati di appartenenza alla comune società del lavoro, della tradizione e delle istituzioni educative che coinvolgevano quelli di una parte e quelli dell’altra, all’indomani della dittatura e della guerra partigiana.
Tu vai al mercatino che ogni domenica si tiene nei pressi del palazzone della Regione, fra Stampace e Sant’Avendrace, a Cagliari – qualche volta fai il viaggio perfino da Oristano alla ricerca magari di testi o documenti che riguardano la bonifica terralbese e la riforma agraria e altre carte preziose – , e i libri di Guareschi, proprio quelli che attraverso le avventure dialettiche di Peppone e don Camillo raccontano l’Italia di ieri, li trovi quasi tutti, edizioni vecchie lette e rilette, ormai quasi sbrindellate – reperti di stagionate biblioteche familiari che hanno perduto il titolare – ed edizioni quasi nuove, finite sui banchetti di vendita da qualche fondo di magazzino di librerie rinunciatarie o in riciclaggio commerciale. E finiscono subito, questi titoli, c’è sempre chi li richiede e magari poi li dona agli amici, magari ai giovani che scoprono così, in parallelo ai film in permanente riprogrammazione, vizi e virtù della società che fu, della società da cui veniamo. Ripeto, anche in Sardegna. Così “Mondo piccolo don Camillo”, ora della BUR (1977) ora della Rizzoli (39.a edizione, 1963; o 15.a edizione, 1952), così “Mondo piccolo don Camillo e il suo gregge” (13.a edizione, 1963 con 44 disegni dell’autore), così “Don Camillo e don Chichì” (Rizzoli, 2000) e così continuando con la gran coppia del sindaco e del reverendo prossimo monsignore. Associando magari alla serie – mi riferisco sempre al mercatino cagliaritano di queste ultime settimane – altri titoli guareschiani, di cui adesso mi risparmio la non breve elencazione. Di recente è anche comparso l’antologico “Mondo Candido 1948-1951” (Rizzoli, 1992, 501 pagine di grande formato). Per non dire di chi ha scritto di don Camillo e Peppone e, insieme, del loro inventore, come ha fatto Gian Franco Venè con il suo “Don Camillo Peppone e il compromesso storico” e sottotitolo “Perché cento milioni di lettori hanno creduto in Guareschi”. I film e i libri in sostegno reciproco, anche da noi, qui in Sardegna. 
Statua di Don Camillo
Tutto questo era per dire di quanto anch’io di Brescello e della sua comunità, dei protagonisti della vita sociale, politica e religiosa del paese emiliano, e del grande scrittore di Fontanelle di Roccabianca (nella contigua provincia di Parma) fossi quasi… esperto quando, potendo farci una capatina, in una pausa dei seminari interuniversitari svoltisi pochi giorni fa all’abbazia di Marola (12.a edizione della Summer School sugli Stati Uniti d’America) e cui ho partecipato, effettivamente ci sia andato per respirare l’aria di oggi e insieme quella della memoria collettiva di cinquanta, sessant’anni fa. Peraltro la riva sinistra del fiume Po, proprio quella dirimpettaia a Brescello, è anche il territorio di provenienza delle famiglie lombarde che giunsero in Sardegna ai tempi della bonifica (Sabbioneta, Castel d’Ario, Borgoforte, Villimpenta). Arborea e Brescello si equivalgono quasi, per dato demografico. 
Brescello, il parmigiano e il lambrusco. 
Ci sono arrivato in un pomeriggio afoso di pieno luglio. Era l’ora di pranzo e ancora prima di fare il mio ingresso “trionfale” nella piazza Matteotti, quella dei famosi discorsi di Peppone interrotti dalle campane del parroco, ho sentito il rumore di piatti e mestoli, che mi hanno gradevolmente riportato a una scena del “Compagno Don Camillo”: Signore sento rumore di forchette. Cinguettano come uccellini. Suoni che passavano attraverso gli scuri delle finestre leggermente accostate. A quell’ora, le strade erano praticamente deserte e mi pareva proprio di vedere la scena in cui don Camillo portava avanti il suo sciopero della fame per scongiurare il gemellaggio col comune russo siglato dalla squadra di Peppone. 
Caricatura della Gisella
Quando sono arrivato, il museo di “Peppone e Don Camillo” era ancora chiuso, ma per le strade avevo già potuto vedere il famoso carro armato americano, conservato nel dopoguerra per la rivoluzione mai innescata. Poi la campana civica che doveva servire al funerale del ragazzo morto in una manifestazione pubblica. O ancora la famosa locomotiva utilizzata nelle ripetute scene, fino ad arrivare alla riproduzione della vignetta murale sullo “scherzo” fatto alla Gisella.
Dal forte connotato evocativo, il museo, intitolato ai due personaggi guareschiani, so essere visitato ogni anno da migliaia di turisti di tutta Europa. All’interno sono raccolte le locandine originali dei film, e con loro anche i cimeli utilizzati durante le riprese (la talare del parroco, una moto, il famoso bastone in pioppo, etc) ed una fornitissima, invitante libreria che spazia da Guareschi ai suoi attori, a Fernandel e Gino Cervi cioè, e non si nega però alla vendita anche di numerosi gustosi gadget. 
Nell’attesa ho approfittato così per fare un salto al bar “Peppone” e rilassarmi ad un tavolino sotto il portico, con un bicchierone di buon lambrusco, un pezzo di Parmigiano-Reggiano e una fettina di culatello e ho cominciato a sognare. Mi sembrava di calarmi pienamente nella scena senza tempo di uno dei tanti film di Fernandel e Gino Cervi, circondato com’ero, da diversi simpatici signori del luogo, che non tradivano l’accento locale. Qualcuno si godeva il venticello che cominciava a spirare, qualche altro ne approfittava per una partita a carte e già li immaginavo davanti a una cinepresa. Ancora oggi i vari Julien Duvivier, Carmine Gallone e Luigi Comencini, troverebbero ottimi interpreti per le scene di massa, o per quelle imperniate sui caratteristi a supporto dei due grandi.
Targa nella prima cappella a sinistra
della chiesa parrocchiale di Arborea
La magia del senza tempo veniva infine spezzata, all’improvviso, dalla voce della tecnologia, il moderno trillo di un cellulare mi riportava alla realtà. Era il mio amico sardo emigrato a Parma, che, saputo della mia visita in terra emiliana, con accento un po’ sardo, un po’ veneto, tipico di chi è cresciuto guardando le campagne del Sassu, squillava contento: “Albero, son drio ‘rivar! Spetime!”. Ordinavo un bicchiere anche per lui, in attesa che don Camillo, o magari il suo degno successore, mi aprisse il portone della chiesa. 
P.S. Nella chiesa del SS. Redentore di Arborea vi è una targa che ricorda Angelo Silva, ingegnere della bonifica, morto nel 1936, da Roncole di Busseto, il borgo in cui Giovanni Guareschi mise su casa e osteria (oggi museo) e paese natale di Giuseppe Verdi.

Articolo uscito per “Fondazione Sardinia” l’11 luglio 2016.

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