Candelieri con la faccia sporca e altre polemiche ferragostane

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Non è vera Faradda senza qualche polemica lanciata ad arte per surriscaldare il clima ferragostano. Negli ultimi vent’anni alla vigilia dei Candelieri abbiamo litigato sui candelieri medi, sui nuovi ceri, sugli inchini alle autorità, sugli orari di ingresso a Santa Maria e abbiamo colto l’occasione per tenere alte altre disfide estranee alla Festha manna: ZTL, rese di conti tra partiti, vertenze sindacali e così via.
Per non pensare che sia un impazzimento collettivo del nuovo millennio, ecco un campionario di diatribe di mezz’agosto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.  Manca la storia più clamorosa ma merita un discorso a parte e lo affronteremo un’altra volta.
Condotte asciutte. La prima polemica è decisamente familiare. Alla vigilia della Faradda del 1893, oltre un secolo prima di Abbanoa, i sassaresi maledicono il servizio idrico. A pochi anni dall’inaugurazione dell’acquedotto di Bunnari, i residenti di piazza Castello si vedono chiudere l’acqua mezz’ora prima dell’orario annunciato: un disservizio che lasciano all’asciutto diverse famiglie per tutta la notte. “Col caldo che fa – commenta il cronista – non è certo una bella cosa, e raccomandiamo, a chi di ragione, perché l’orario sia osservato più scrupolosamente”.
Basta sbadigli. Due anni dopo un editorialista della Nuova Sardegna – si firma ACTOS – saluta con soddisfazione la composizione di un comitato che vuole rilanciare la Faradda dopo la sciatteria degli ultimi dieci anni in cui “I soli candelieri, mezzo sfasciati, mezzo indecenti, continuarono a sfilare in piazza fra una calca sbadigliante”. In vista del rilancio, ACTOS lancia un appello ai protagonisti della festa: “Chiudo con un desiderio: che i Gremi tutti concorrano a rendere più attraente la caratteristica processione, con abbigliare più riccamente e più decentemente i candelieri, ai quali bisogna lavar la faccia!”.
Un guado dentro la città. Tra fine Ottocento e la prima decade del Novecento il ferragosto sassarese attira tanti turisti cagliaritani che arrivano in massa grazie al giovane collegamento ferroviario. A richiamare i cugini del Capo di sotto non è solo la Faradda – che si conclude al tramonto e dura decisamente meno di quella attuale – ma soprattutto le manifestazioni di contorno: il Festival nei giardini pubblici o in piazza d’Italia, le gare sportive, le corse ippiche e gli spettacoli a teatro. Alberghi e caffè vengono presi d’assalto, le donne tirano fuori le mise migliori e dappertutto è un brulicare di folla festante. Nel 1898 si ripete però un inconveniente che era stato segnalato già l’anno prima: tra l’emiciclo Garibaldi e i giardini pubblici si forma un rigagnolo d’acqua che costringe le donne imbellettate ad alzare le gonne per andare oltre: “Non è cortese né degno di città che aspira ad attrarre visitatori che di sole gentilezze dovrebbero serbare ricordo”, scrive il giornale. Il comitato che organizza il Festival scarica la colpa su Palazzo Ducale: “Spetta al municipio che, senza interrompere questo corso d’acqua, potrebbe facilmente deviarlo per l’occasione. Tra la polvere della piazza e l’acqua che l’attraversa sarebbe facile trovare una soluzione: sopprimere l’una con l’altra. Ma non si domanda tanto”. Il Comune messo alle strette interviene su entrambi i problemi: manda personale a rimuovere la polvere e durante la festa interrompe la distribuzione dell’acqua di irrigazione che finisce nella cunetta.
Il brigadiere accaldato. Le cronache ferragostane sono ricche di risse, denunce per schiamazzi e arresti per ubriachezza: un campionario che si ripete puntuale ogni anno. Nel 1903 nel libro nero della Festha manna finisce anche un tutore dell’ordine. La Nuova Sardegna racconta che, nel corso del Festival e a margine di un intervento contro un gruppo di studenti che si divertiva a urlare e fischiare, un brigadiere dei Carabinieri inveì contro la folla dando del farabutto a tutti quanti: “Davvero, che se la benemerita dà questi esempi non sappiamo come si potrà mantenere l’ordine pubblico – scrive il cronista – invitiamo pertanto e gli agenti della forza pubblica e il pubblico a serbare quel contegno che si addice a persone civili conscie dei propri diritti e dei propri doveri”.
Non svegliate il tarlo. Nel 1906 La Nuova Sardegna pubblica una riflessione dal tono decisamente crepuscolare. Fa un certo effetto leggere questo passaggio, anche alla luce della recente inaugurazione del nuovo cero dei Sarti: “E, come noi l’abbiamo veduta, i nostri padri e i nostri uomini videro la bella sfilata dei Candelieri. Da molti anni essi dunque conservano la forma prima che diede a essi l’umana pietà e tra le fibre di quel legno il tarlo deve aver compiuto una terribile opera di distruzione. Che nessuno oggi tenti di scrostare un po’ la vernice di fuori: potrebbe essere il principio dello sfacelo. E se un giorno, come vuole il destino, quelle colonne si disfarranno completamente? Ci saranno ancora degli uomini che vorranno riconsacrarle al Dio onnipotente, padrone della vita e della morte, perché un’altra volta sorrida all’omaggio dei suoi doveri figli e un’altra volta li benedica?”.
A braccia incrociate. Sempre nel 1906 Sassari viene scossa da un imponente sciopero. Sessanta operai dello stabilimento Clemente e cinque del laboratorio Manca si astengono dal lavoro per protesta. Lo stato di agitazione dei lavoratori del legno – riuniti in una Lega – arriva la culmine di una lunga vertenza con i proprietari delle falegnamerie sulla riduzione dell’orario di lavoro a dieci ore e l’approvazione di un nuovo regolamento sui diritti e doveri degli operai. La Faradda si svolge in un clima pesante: “Lo stabilimento Clemente è sorvegliato dalla forza pubblica, ma non crediamo ci sia pericolo alcuno di disordini”, rassicura La Nuova Sardegna.
Una baraccopoli nel salotto. Alcune polemiche si ripetono anche a distanza di cento anni. Nel 1907 piazza d’Italia è ancora una spianata polverosa e nei giorni della festa ospita strutture mobili e il padiglione del Circo Zavatta. Ma al cronista alcune cose non piacciono proprio: “Si vanno innalzando diversi chioschi che meglio potrebbero chiamarsi baracconi: è una vera indecenza. Né possiamo capire come se ne sia permessa l’erezione senza preventivo esame dei disegni. La piazza elegantissima per se stessa e più elegante ancora per le indovinate decorazioni, viene deturpata dagli indecenti baracconi da fiera di villaggio. E’ questa l’impressione generale e noi per il buon nome di Sassari protestiamo”.
La discarica nella vallata. Chi conosce il Fosso della Noce avrà difficoltà a ritrovarsi in questa notizia. Nel 1910, alla vigilia della Faradda, il comitato “Pro Montibus Sassarese” guidato dall’onorevole Garavetti si riunisce per affrontare alcune questioni importanti da sottoporre al Comune. Una riguarda la vallata tra viale Umberto e il nuovo quartiere: “Nel Colle dei Cappuccini hanno già cominciato a sorgere villini ed è ormai assicurato un grande sviluppo edilizio in detta regione; impiantando il boschetto nel Fossu di la nozzi, la vallata sarebbe trasformata in passeggiata pubblica e inoltre vi sarebbero maggiori vie di comunicazione tra i villini e il rimanente della città, si toglierebbe poi il grave inconveniente derivante dall’essere quella vallata coltivata a orto: le concimazioni vengono specialmente fatte colla spazzatura della città, questi rifiuti, deposti in mucchi, vengono lasciati esposti alla vista dei cittadini certe volte per mesi interi”.
Monelli e sassi volanti. L’anno successivo la polemica ferragostana tocca i famigerati monelli sassaresi. La cronaca di Sassari ospita una sequenza di notiziole con un bersaglio preciso: i pizzini pizzoni. Scopriamo così che in città ci sono portoni dove dormono gruppi di 7-8 “furfantelli avvinazzati” e che i monelli sono considerati dei molestatori professionali: il 14 agosto finiscono tra le loro grinfie un garzone calzolaio di piazza Tola, che reagisce con un colpo di trincetto, e un mendicante di viale Umberto che si difende facendo vibrare il suo bastone. Probabilmente c’è un monello dietro questo fatterello raccontato con prosa futurista: “Con l’odierna invadente mania degli aeroplani e dei dirigibili non c’è proprio da stupirsi che oggi vogliano volare anche i… sassi. Uno di essi, fra i più arditi, cadde ieri sul capo della bambina Sanna Giuseppina di 12 anni che attraversava verso il tramonto in via Frigaglia con alcune sue amiche. Dalle quali la poveretta venne subito accompagnata a casa con la testa insanguinata”.

Ferrovie amare. “Il fatto è così enorme che qualunque commento è superfluo”. Così, nel 1917, chiosa il cronista dopo aver raccontano le peripezie di una signora vittima di uno zelante ferroviere: la donna compra un biglietto andata e ritorno in seconda classe sulla tratta Sassari-Caniga. Al momento di rientrare in città, il controllore le fa notare che in seconda classe non ci sono più posti. La signora, di fronte alla prospettiva di tornare a piedi dalla borgata, segnala che in prima classe invece ci sono due giovani e due ragazzi “comodamente sdraiati”. Il personale del treno è risoluto: o sale nel bagagliaio o rimane a terra. La poveretta prende il suo biglietto di seconda classe e decide di marciare gambe in spalla verso Sassari “con questo caldo asfissiante”. Il giorno a Sassari si registrano 38,8 gradi all’ombra.

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(Per chi non lo avesse letto ho raccontato altri aneddoti sui Candelieri nel post La Faradda di Mangiafuoco).

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